Cosa s'intende per ECM?
La parola ECM significa Educazione Continua in Medicina.
Che cosa prevede questa "Educazione Continua
in Medicina"?
L'ECM è un programma nazionale predisposto dal Ministero della Salute per
il riconoscimento istituzionale della formazione professionale e/o manageriale
in ambito sanitario. Dal 1° gennaio 2002 è divenuto percorso obbligatorio
per gli operatori sanitari che operano sul territorio nazionale prevedendo la
frequenza a corsi di formazione ed aggiornamento.
A chi sono rivolti i corsi ECM?
I corsi sono rivolti a tutti gli operatori della sanità, anche liberi professionisti,
per i quali il Ministero della Salute ha previsto nel quinquennio 2002/2006 il
raggiungimento di 150 crediti formativi.
Dove posso frequentare questi corsi? E come faccio
a ricevere i crediti?
I corsi devono essere frequentati presso Istituti appositamente registrati presso
il Ministero della Salute come provider nell’ambito del programma di educazione
continua in medicina (ECM), muniti di apposite aule di formazione con tutte le
attrezzature necessarie allo svolgimento dei corsi. Pertanto ogni richiesta di
attività corsuale di aggiornamento o formazione sarà inviata dall’istituto
stesso al Ministero per la richiesta del relativo accreditamento.
Che cos’è l’HACCP?
L’HACCP (Hazard Analysis Critical Control Point) è un metodo di analisi
del rischio e punti critici di controllo, ossia metodo di autocontrollo che permette
di individuare, in relazione alle fasi del ciclo produttivo, i pericoli specifici
a cui possono essere soggetti gli alimenti, di valutarli e di stabilire le misure
preventive per tenerli sotto controllo, tutelando la salute del consumatore.
Perché è importante l’HACCP?
HACCP è importante perché permette di stabilire e controllare i
potenziali pericoli nella produzione alimentare. L'efficiente controllo dei rischi
dovuti alla contaminazione da agenti microbiologici, chimici e fisici garantisce
ai consumatori una maggiore sicurezza sul prodotto ed, inoltre, contribuisce ad
una maggiore tutela della salute pubblica.
Quali disposizioni legislative impongono il metodo
di autocontrollo HACCP?
Dal 28 giugno 1998 è entrato in vigore il decreto legislativo 26 maggio
1997, n.155, in attuazione delle Direttive 43/93/CEE e 96/3/CEE riguardanti l'
igiene dei prodotti alimentari ; tale decreto stabilisce che tutte le aziende
operanti nel settore alimentare applichino un sistema di autocontrollo aziendale,
basato sul cosiddetto metodo HACCP , al fine di garantire e mantenere specifici
standard di igiene e salubrità dei propri prodotti in tutte le fasi in
cui si articola l'attività sia durante le fasi produttive di un alimento,
sia durante tutte le altre fasi successive come lo stoccaggio, il trasporto, la
conservazione fino alla vendita al consumatore finale. In pratica ognuna di queste
fasi deve essere sottoposta ad una attenta analisi, in modo da individuarne i
punti più a rischio (critici) per l'igiene del prodotto così da
poter adottare dei sistemi di prevenzione adeguati. Il monitoraggio e la registrazione
di tutti i fattori che possono concorrere al "rischio" permettono di
individuare i comportamenti ottimali al fine di una valida prevenzione.
Chi deve applicare il sistema HACCP?
Tutte le industrie alimentari: come meglio enuncia il decreto Legislativo 26/05/97
n.155 Art. 2 let. B) industria alimentare: “ogni soggetto pubblico o privato,
con o senza fini di lucro, che esercita una o piu’ delle seguenti attività:
la preparazione, la trasformazione, la fabbricazione, il confezionamento, il deposito,
il trasporto, la distribuzione, la manipolazione, la vendita o la fornitura, compresa
la somministrazione, di prodotti alimentari” ;
Che vantaggi puo’ portare l’istituzione
del sistema HACCP?
L'applicazione dell'HACCP sarà vantaggiosa innanzitutto per il consumatore
che potrà avere a disposizione un prodotto igienicamente più sicuro,
non di meno, alle aziende produttrici e le società di ristorazione che
aumenteranno le loro opportunità commerciali nell'ambito ed al di fuori
della comunità.
E´ obbligatorio anche per le piccole industrie
alimentari attuare un sistema di autocontrollo igienico-sanitario?
Tutte le industrie alimentari (Decreto Legislativo n.155/97 e s.m.i.) sono obbligate
a mettere in atto un insieme di attività documentate al fine di garantire
un adeguato standard igienico a tutti i livelli della catena produttiva avvalendosi
dei principi su cui è basato il sistema di analisi dei rischi e di controllo
dei punti critici (HACCP).
Che cos’è l’igiene dei prodottoi
alimentari?
Ai fini del D.Lgs n. 155 del 26 maggio 1997 art.2 let.a l’igiene dei prodotti
alimentari è l’insieme di tutte le misure necessarie per garantire
la sicurezza e la salubrita' dei prodotti alimentari. Tali misure interessano
tutte le fasi successive alla produzione primaria, che include tra l'altro la
raccolta, la macellazione e la mungitura, e precisamente: la preparazione, la
trasformazione, la fabbricazione, il confezionamento, il deposito, il trasporto,
la distribuzione, la manipolazione, la vendita o la fornitura, compresa la somministrazione,
al consumatore;
Cosa sono gli alimenti salubri?
Ai sensi del D.Lgs n. 155 del 26 maggio 1997 art.2 let.c gli alimenti salubri
sono tutti quegli alimenti idonei al consumo umano dal punto di vista igienico;
All’interno dell’industria alimentare
chi deve garantire che tutte le fasi di produzione, trasporto, manipolazione e
vendita dei prodotti alimentari siano effettuate in modo igienico?
Il responsabile dell’industria, cioè il titolare dell'industria alimentare
ovvero il responsabile specificatamente delegato (D.Lgs n.155 26/05/97 art. 2
let. e).
Il responsabile cosa deve tenere a disposizione
dell'autorità sanitaria?
Tutte le informazioni concernenti la natura, il tipo, la frequenza e i risultati
relativi alla procedura di autocontrollo (D.Lgs n.155 26/05/97 art.3 punto n.3).
Che cos’è il punto critico di controllo
(CCP)?
Fase o procedura del normale ciclo produttivo sulla quale può essere esercitato
un controllo periodico che consenta di preventivare, eliminare o ridurre a livelli
accettabili un pericolo relativo alla salubrità e sicurezza di un prodotto
alimentare.
Come faccio a sapere che le procedure HACCP da me
effettuate sono corrette?
Il buon funzionamento dell'intero Sistema di autocontrollo dipende innanzitutto
dalla corretta applicazione delle procedure prestabilite, ma è anche possibile
che alcuni aspetti vadano corretti o rivisti, sulla base dell'esperienza e dei
risultati ottenuti nel tempo; una volta che il piano di autocontrollo è
stato implementato ed applicato, si rende quindi necessario avere la "prova"
che ciò che si è programmato ed attuato sia realmente efficace ed
affidabile. A questo riguardo, si deve allora predisporre una serie di interventi
di verifica (ispezioni, controlli, riscontri , analisi chimiche e microbiologiche)
i cui risultati costituiscono i dati e le informazioni di riferimento per potere
fare il punto della situazione e stabilire l'adeguatezza o meno delle misure adottate.
L'elemento forse più innovativo introdotto dal D. Lgs. n.155 è rappresentato
dall'obbligo di documentare per iscritto ciò che viene fatto all'interno
dell'azienda per garantire l'igiene e la salubrità dei prodotti alimentari;
sulla documentazione si baserà in buona parte il controllo ufficiale da
parte dei Servizi di Igiene, e pertanto appare evidente l'importanza di questo
aspetto del nuovo ordinamento.
Che cos'e' la nostra acqua potabile?
L'acqua potabile, come ogni altra sostanza, contiene piccole quantita' di batteri,
la maggior parte di questi batteri sono batteri comuni e non sono generalmente
nocivi. Il cloro viene solitamente aggiunto all'acqua potabile per impedire lo
sviluppo batterico mentre l'acqua fluisce attraverso le condutture ecco perchè
l'acqua potabile contiene anche quantita' minime di cloro. L'acqua consiste principalmente
di minerali e di altri composti inorganici, quale il calcio. Se desiderate scoprire
che sostanze sono contenute nella vostra acqua di rubinetto e se è completamente
sicura da bere, potete richiedere un controllo ad un laboratorio specializzato
che lo effettuera' per voi.
Quali pericoli ci possono essere nell'acqua potabile?
Ci sono parecchi fattori che possono intaccare la qualita' dell'acqua potabile
quali: - i batteri del bacillo coliforme possono essere rilevati in acqua potabile,
essi sono un gruppo di microrganismi che si trovano normalmente nel tratto intestinale
degli esseri umani e di altri animali e nelle acque superficiali, l'acqua potabile
dovrebbe essere priva di bacilli coliformi in quanto provocano malattie; - lieviti
e virus possono mettere a rischio la qualità dell'acqua potabile, sono
agenti inquinanti microbici che si trovano solitamente in acqua superficiale.
- Il nitrato contenuto in acqua potabile puo’ causare la cianosi, una riduzione
della capacità di carico di ossigeno nel sangue; - il piombo, quando l'acqua
fluisce nei tubi, piccole quantita' di piombo si dissolvono nell'acqua, di modo
da contaminarla. Il piombo è una sostanza tossica che può essere
assorbita rapidamente dall'organismo umano e puo' causare avvelenamento da piombo;
- La legionella è un batterio che si sviluppa velocemente quando l'acqua
viene mantenuta ad una temperatura fra 30 e 40 gradi per un certo periodo di tempo.
Questo batterio può essere inalato quando l'acqua evapora ed entrare nel
corpo umano tramite vapori causando una malattia mortale molto grave, nota come
il legionellosi.
Cos'e' la microbiologia?
La microbiologia e' il ramo della scienza che si occupa dello studio dei microrganismi
microscopici, comunemente noti come microrganismi.
Cosa sono i microrganismi?
I microrganismi sono organismi formati solamente da una cellula a causa di questo,
vengono spesso detti "organismi unicellulari", sono così piccoli
che gli esseri umani non possono vederli, se non attraverso un microscopio, che
e' in grado di ingrandire notevolmente le cellule.
Come viene protetta la qualita' dell'acqua?
Tutti i paesi hanno propri standard legali per l'acqua potabile, essi prescrivono
quali sostanze possono trovarsi nell'acqua potabile e qual’è la massima
quantita' di tali sostanze. Tali standards sono chiamati livelli massimi di contaminazione,
sono stilati per ogni agente inquinante che può avere effetti dannosi sulla
salute umana ed ogni industria produttrice di acqua potabile deve seguirli. L'Organizzazione
Mondiale per la Salute ha stabilito alcune linee guida per l'acqua potabile che
costituiscono il punto riferimento internazionale per l'eleborazione di standard
e per la sicurezza dell'acqua potabile.
Quali fattori determinano la qualita' dell'acqua?
La qualità dell'acqua è determinata da presenza e quantità
di agenti inquinanti, da fattori fisico/chimici quali pH e conducibilità,
dal numero di sali presenti e dalla presenza di sostanze nutrienti.
Come si giudica la qualita' dell'acqua?
Per determinare la qualità dell'acqua, gli istituti certificati prelevano
dei campioni: piccole quantita' di acqua in un mezzo che possono essere esaminate
in un laboratorio. I laboratori analizzano questi campioni riguardo a vari fattori
e vedono se rispettano gli standard di qualità dell'acqua. Uno di questi
fattori è il numero di colonie dei batteri del bacillo coliforme, indicatrici
di qualità per acque di piscine o acque potabili.
Cosa sono i certificati di qualita' dell'acqua?
Quando un'acqua serve a un certo scopo, come ad esempio l'acqua di piscine o l'acqua
potabile, la gente che la usa ha bisogno di sapere se è sicura. Un certificato
di qualità dell'acqua è un pezzo di carta che un'agenzia certificata
per la valutazione di qualità dell'acqua emana, dopo aver effettuato le
opportune valutazioni, qualora sia soddisfatta circa la qualità dell'acqua.
Cosa si intende per acqua dura?
Ci si riferisce ad acqua 'dura' per indicare un'acqua che contiene piu' minerali
rispetto all'acqua ordinaria, questi minerali sono in particolare calcio e magnesio:
quanto piu' il contenuto di questi minerali dissolti aumenta, tanto piu' aumenta
la durezza dell'acqua.
Cosa causa depositi bianchi nei bagni e nelle docce?
L'acqua contiene molti composti, alcuni di questi sono il calcio e il carbonato.
Quando il calcio reagisce con il carbonato si forma una sostanza solida, denominata
calcare. Questo calcare causa la formazione di depositi bianchi sulle docce e
sulle pareti delle stanze da bagno ed e' comunemente noto come "deposito
di calcare".
Che cosa disciplina il Decreto Legislativo 152/99?
Qualsiasi tipo di produzione industriale dà origine ad acque di scarico,
l’industria ha quotidianamente bisogno di ingenti quantità di acqua
che, una volta usate nel ciclo produttivo o nelle lavorazioni, vengono restituite
nell’ambiente spesso con tassi di inquinamento elevati. Tramite il D.Lgs
152/99 si è ritenuto quindi necessario tutelare l’inquinamento delle
acque, da un lato obbligando tutti i titolari di scarichi a chiedere l’autorizzazione,
e da un altro imponendo dei valori limite a tutti quei parametri (metalli, solventi,
oli, batteri ecc.) che, se versati nelle acque in concentrazioni superiori a tali
limiti, causerebbero un sicuro inquinamento del patrimonio idrico.
Che cosa sono le acque reflue industriali?
Le acque reflue industriali sono (art. 2 D.Lgs. 152/99) qualsiasi tipo di acque
reflue scaricate da edifici od installazioni in cui si svolgono attività
commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle
acque meteoriche di dilavamento;
Che cosa sono le acque reflue domestiche?
Le acque reflue domestiche (Art. 2 D.Lgs. 152/99) sono scarichi provenienti da
abitazioni e comunque derivanti da metabolismo umano (bagni) o da attività
domestiche (cucine, giardini, ecc.).Sono tali quindi anche gli scarichi di attività
alberghiere, turistiche, sportive, scolastiche, sanitarie, mense aziendali o anche
bagni di insediamenti industriali.
Che cosa sono le acque dolci?
Come definisce l’art. 2 del Decreto 152/99: sono "acque dolci"
le acque che si presentano in natura con una bassa concentrazione di sali e sono
considerate appropriate per l'estrazione e il trattamento al fine di produrre
acqua potabile;
Che cosa sono le acque reflue urbane?
Si tratta di acque (art. 2 D.Lgs. 152/99) che confluiscono, tramite canalizzazione,
alla pubblica fognatura; quindi: di acque reflue domestiche (derivanti da insediamenti
residenziali o assimilati); eventualmente anche di acque reflue industriali (ovviamente
opportunamente depurate per rientrare nei limiti per lo scarico in fognatura)
e delle acque meteoriche (acque piovane).
Che autorizzazione è prevista per lo scarico
delle acque reflue (D.Lgs. 152/99)?
La disciplina degli scarichi presuppone l’obbligo dell’autorizzazione
prima della loro attivazione. L’autorizzazione va quindi richiesta per i
nuovi scarichi, per gli stabilimenti che hanno cambiato ubicazione e per quelli
che hanno subito ampliamenti o modifiche tali da variare sostanzialmente le caratteristiche
dello scarico.
A chi va presentata l’autorizzazione?
Al Comune, se lo scarico è in pubblica fognatura, o alla Provincia, in
tutti gli altri casi. L’ente è obbligato a rilasciare l’autorizzazione
entro 90 giorni dalla richiesta, trascorso inutilmente tale periodo, la domanda
di autorizzazione si intende respinta, essa è valida per 4 anni dal momento
del rilascio ed 1 anno prima della scadenza ne deve essere richiesto il rinnovo.
Con l’entrata in vigore del D.Lgs 152/99 spariscono infatti due dei principi
fondamentali della legge precedente: la concessione dell’autorizzazione
provvisoria e la regola del silenzio-assenso. Più precisamente, la Legge
Merli prevedeva, all’art. 15 comma 9, che prima dell’autorizzazione
definitiva poteva essere rilasciata un’autorizzazione provvisoria stabilendo
che l’autorizzazione provvisoria si intendesse concessa se non era espressamente
rifiutata entro 6 mesi dalla presentazione della domanda (principio del silenzio-assenso).
Adesso la concessione, il rifiuto o la revoca dell’autorizzazione devono
obbligatoriamente risultare da un provvedimento scritto (solo il rinnovo segue
ancora i principi dell’autorizzazione provvisoria e del silenzio-assenso).
Le norme sull’autorizzazione valgono per tutti
gli scarichi?
Per tutti gli scarichi, sia industriali che domestici, vige l’obbligo generale
di richiedere l’autorizzazione; le acque reflue domestiche godono però
di semplificazioni: se destinate alla pubblica fognatura non abbisognano di alcuna
autorizzazione (art. 45 comma 4) e non sottostanno ad alcuna sanzione, esse devono
solo rispettare il regolamento fissato dal gestore della pubblica fognatura; se
non destinate invece in pubblica fognatura non solo hanno l’obbligo di richiedere
l’autorizzazione, ma sottostanno anche alle sanzioni amministrative previste.
Come avviene il controllo dello scarico delle acque
reflue?
Il controllo dello scarico avviene verificando, tramite analisi di laboratorio,
se lo scarico è conforme ai limiti di legge. Vengono quindi ricercati tutti
gli inquinanti che possono essere presenti nello scarico (quali metalli, oli,
ammoniaca, solventi, pesticidi, batteri, ed altri); se la concentrazione presente
nello scarico supera il rispettivo valore limite imposto dal D.Lgs 152/99, lo
scarico, se non opportunamente depurato, è ritenuto inquinante per l’ambiente.
I limiti di legge di riferimento sono contenuti nelle tabelle dell’allegato
5 del Dlgs 152/99. Il comma 2 dell’art. 28 consente però alle Regioni
di fissare limiti diversi all’allegato 5. Se lo scarico è destinato
poi in fognatura, il gestore della pubblica fognatura può stabilire, con
proprio regolamento, limiti diversi sia dall’allegato 5 che dalla normativa
regionale.
Si puo’ scaricare acqua reflua nel suolo?
Con la nuova disciplina ( art.29 D.Lgs. 152/99)è vietato lo scarico sul
suolo ad eccezione: di nuclei abitativi isolati (es. casa di campagna) e gli scarichi
di acque reflue urbane e industriali che si trovano nell’impossibilità
tecnica o nell’eccessiva onerosità economica a scaricare in altri
corpi ricettori (in pratica si verifica quando un’industria o un depuratore
pubblico sono impossibilitati a scaricare in acque superficiali perché,
ad esempio, il fiume risulta troppo distante ed è economicamente non affrontabile
costruire una tubazione fino al fiume). Tutti gli scarichi esistenti sul suolo
che non rientrano in queste eccezioni, entro 3 anni dall’entrata in vigore
del Dlgs 152/99, devono scaricare in altri corpi ricettori diversi dal suolo (cioè
in acque superficiali o fognatura). La mancata ottemperanza fa decadere la precedente
autorizzazione allo scarico in suolo, il che vuol dire assoggettamento alla sanzione
prevista per la mancanza di autorizzazione.
Si può scaricare acque reflue nel sottosuolo
e nelle acque sotterranee?
Ai sensi dell’art.30 del D.Lgs. 152/99 è vietato lo scarico diretto
nel sottosuolo e nelle acque sotterranee (falde acquifere); sono previste delle
eccezioni, per tutti gli scarichi esistenti in sottosuolo o falda che non rientrano
in queste eccezioni devono scaricare in altri corpi ricettori. La mancata ottemperanza
fa decadere la precedente autorizzazione allo scarico, il che vuol dire assoggettamento
alla sanzione prevista per la mancanza di autorizzazione.
Qual’e la disciplina per gli scarichi in acque
superficiali?
Per gli scarichi in acque superficiali (fiumi, laghi, acque costiere): -le acque
reflue industriali devono rispettare i limiti regionali o, in mancanza, o limiti
della TAB.3 (1ª colonna); - le acque reflue urbane (le pubbliche fognature)
devono seguire i limiti della TAB.1 e le indicazioni riportate nel paragrafo 1.1
dell’allegato 5 (gli scarichi di tutte le reti fognarie devono essere sottoposti
ad un trattamento appropriato entro il 31/12/2005, ossia entro tale data tutte
le fognature devono possedere un impianto di trattamento o di depurazione).
E per gli scarichi in rete fognaria?
Per gli scarichi in reti fognarie: - le acque reflue industriali devono rispettare
i limiti imposti dall’impianto di depurazione. Le industrie devono invece
obbligatoriamente rispettare i limiti della TAB.3 (2ª colonna) ove non esistano
limiti regionali o la pubblica fognatura non è dotata di un impianto finale
di depurazione; - le acque reflue domestiche sono sempre ammesse (non devono rispettare
nessun limite né richiedere alcuna autorizzazione) purché venga
osservato il regolamento del gestore dell’impianto di depurazione.
Che cos’è l’inquinamento idrico?
L’ "inquinamento" idrico come enuncia l’art. 2 del D.Lgs.
152/99 è lo scarico effettuato direttamente o indirettamente dall'uomo
nell'ambiente idrico di sostanze o di energia le cui conseguenze siano tali da
mettere in pericolo la salute umana, nuocere alle risorse viventi e al sistema
ecologico idrico, compromettere le attrattive o ostacolare altri usi legittimi
delle acque;
Che cos’è il valore limite di emissione?
Il valore limite di emissione": limite di accettabilità di una sostanza
inquinante contenuta in uno scarico, misurata in concentrazione, ovvero in peso
per unità di prodotto o di materia prima lavorata, o in peso per unità
di tempo (art.2 D.Lgs. 152/99).
Quali sono i principi fondamentali del D.Lgs 626/94?
Il D. lgs. 626/94, recependo la Direttiva quadro 391/89 della Comunità
Europea, riguardante il miglioramento della sicurezza e salute sui luoghi di lavoro,
rivoluziona le logiche e i principi della precedente legislazione in materia.
Infatti, la sicurezza sui luoghi di lavoro non è più vista solo
in funzione di macchine/impianti e/o della rispondenza degli ambienti ai requisiti
previsti dalle prescritte normative vigenti. Tutto il personale, anche se con
ruoli e responsabilità diverse, partecipa in prima persona al perseguimento
dell'obiettivo comune di innalzare i livelli di sicurezza nell'ambiente di lavoro
cosicché anche i lavoratori, tradizionalmente considerati soggetti passivi
da "tutelare", hanno ora un ruolo attivo. Tale ruolo si esplica attraverso
una partecipazione diretta alla organizzazione del sistema della prevenzione aziendale.
Oggi è necessario cogliere l'opportunità data dalla 626/94 per recuperare
la consapevolezza che la lotta al rischio deve essere condotta attraverso la collaborazione
di tutte le parti interessate e che, per poterla efficacemente affrontare, occorre
soprattutto una continua opera di sensibilizzazione "informazione –
formazione - istruzione – addestramento, che fonda le sue radici in una
cultura di tipo partecipativo".
Che cos’è la Valutazione dei rischi?
E' compito del Datore di lavoro analizzare e valutare i rischi presenti nel proprio
ambiente lavorativo nell'interesse collettivo di tutela di persone. Le fasi di
questa attività sono: individuazione del rischio, valutazione del rischio,
individuazione delle misure di sicurezza e di salubrità degli ambienti
di lavoro, elaborazione delle misure preventive e protettive e i loro sistemi
di controllo, elaborazione delle procedure di sicurezza per le diverse attività
aziendali, attivazione di programmi di informazione e formazione dei lavoratori
e di riunioni periodiche in materia di sicurezza e igiene del lavoro. Nel caso
in cui ci siano più di dieci dipendenti è necessario che la valutazione
sia redatta tramite un Documento di Analisi e Valutazione che deve comprendere:
una relazione sulla valutazione dei rischi nei vari ambienti o posti di lavoro,
contenente anche i criteri adottati per la sua valutazione, la descrizione delle
misure di prevenzione e protezione adottate ed il programma degli interventi di
prevenzione e protezione da attuare. La valutazione dei rischi non è solo
un adempimento burocratico ma ha anche lo scopo di "migliorare la sicurezza
e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro". Il concetto di "prevenzione"
dai rischi infatti è uno degli aspetti fondamentali della nuova normativa
sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. E' partendo dalla conoscenza dei rischi
cui il lavoratore è esposto nello svolgimento di determinate attività,
che si può individuare l'origine professionale delle malattie e quindi
trovare il modo per prevenirle.
Cosa significa “Sorveglianza Sanitaria”?
La sorveglianza sanitaria, da attuarsi a cura del medico competente, è
rivolta ai lavoratori esposti ai seguenti rischi: a) Sostanze chimiche, come ad
esempio: Reagenti e prodotti di laboratorio, Gas anestetici, prodotti di pulizia,
disinfezioni e sterilizzazione, Vernici, solventi, ecc; b) Radiazioni ionizzanti
e non ionizzanti; c) Rischio biologico; d) Movimentazione manuale dei carichi;
e) Farmaci antiblastici; f) Lavori al VDT . E’ previsto un programma di
sorveglianza sanitaria con: visita medica, visite periodiche per mansioni e rischi
professionali e procedure in caso di infortunio.
Che cosa sono le radiazioni ionizzanti?
Con il termine radiazione s'intende il trasferimento di energia, sotto forma di
particelle o di onde elettromagnetiche, da un punto all'altro dello spazio. Quando
una radiazione è in grado di produrre direttamente o indirettamente la
ionizzazione (alterazione della struttura elettronica) degli atomi e delle molecole
del mezzo attraversato si dice radiazione ionizzante. Nei sistemi biologici il
processo di ionizzazione può comportare la formazione, a livello cellulare,
di nuove specie chimiche (es. radicali liberi) o la rottura di legami chimici
con conseguenti effetti sull'organismo vivente. Le sorgenti di radiazioni ionizzanti
sono rappresentate sia da apparecchi radiologici, soprattutto per uso diagnostico
o terapeutico, sia da materie radioattive, in forma di sorgenti sigillate o non
sigillate, utilizzate anch'esse per scopi di ricerca, diagnosi/terapia. Allo scopo
di assicurare la protezione dei lavoratori e degli individui della popolazione
esposti al rischio di radiazioni ionizzanti, si è sviluppata una disciplina
che viene chiamata radioprotezione.
Che cos'è il Rischio Chimico?
Il rischio chimico è la probabilità che una sostanza o un preparato
allo stato solido, liquido o gassoso, presente durante l'attività lavorativa,
possa interagire con l'organismo, generando effetti dannosi per la salute. La
presenza e l'impiego degli agenti chimici espone gli utilizzatori ai seguenti
rischi professionali: INCENDI, IRRITAZIONI, INTOSSICAZIONI ACUTE, INTOSSICAZIONI
CRONICHE. Le principali vie di penetrazione degli agenti chimici nell'organismo
sono: inalazione, ingestione e contatto con cute e mucose. I danni sono legati
alle caratteristiche specifiche dell'agente chimico, alla quantità assorbita
e alla durata dell'esposizione.
Che cosa sono gli anestetici?
Gli anestetici sono farmaci capaci di mettere il paziente in uno stato di incoscienza.
Nel periodo in cui vengono somministrati, gli anestetici infatti provocano insensibilità
al dolore; tale condizione consente di affrontare le operazioni più cruente
e dolorose. E' cosa risaputa che durante l'effettuazione di interventi in anestesia
generale l'utilizzo di gas anestetici può comportare un inquinamento ambientale
nei locali della sala operatoria; con conseguente possibilità di "esposizione"
degli operatori presenti in quell'ambiente. Le precauzioni: Risulta indispensabile
cercare di contenere l'inquinamento ambientale da gas anestetici. Risulta quindi
indispensabile adottare particolari norme di buona tecnica e adeguati controlli
della organizzazione del lavoro, allo scopo di prevenire e contenere l'eventuale
rischio.
Che cos'è il rumore?
Rumore: qualsiasi fenomeno acustico, generalmente irregolare, casuale, specialmente
se sgradevole, fastidioso, molesto, nocivo. L'intensità dipende dalla pressione
che l'onda sonora esercita sul nostro orecchio e si misura in decibel (dB). Da
un'intensità appena percepibile (detta soglia di udibilità) si può
arrivare a valori sempre più elevati che possono determinare dolore (soglia
del dolore). Quando si viene esposti ad elevati livelli sonori, anche se per brevi
periodi, subiamo una perdita temporanea dell'udito (ad es. lo si nota dopo aver
lasciato una discoteca). Quando i lavoratori sono esposti ad alti livelli sonori
ogni giorno lavorativo, per molti anni, possono subire gradualmente una perdita
permanente dell'udito. Valori limite Il D. Lgs. 277/91 fissa 3 valori limite di
esposizione al rumore il cui superamento comporta l'adempimento di relativi obblighi
per il datore di lavoro e per i lavoratori. Periodicità della valutazione
del rumore L'art. 40 del D. Lgs. 277/91 prevede che la valutazione dell'esposizione
al rumore debba essere ripetuta ad opportuni intervalli di tempo. Viene precisato
l'obbligo di ripetizione della valutazione ogni qualvolta vengano introdotte nelle
lavorazioni modifiche che influiscano in modo sostanziale sul rumore.
Come faccio a sapere se il mio ambiente di lavoro
è inquinato?
La rilevazione dell’inquinamento chimico consiste in una serie complessa
di operazioni che consentono di poter definire le condizioni di inquinamento da
agenti chimici eventualmente presenti nell'aria di un ambiente di lavoro. Tale
operazione, indicata anche come “monitoraggio ambientale” permette
di arrivare a conoscere le concentrazioni ambientali delle varie specie chimiche
aerodisperse. Il primo, importante, passo nella determinazione di quali inquinanti
occorre ricercare in un ambiente di lavoro consiste nella consultazione delle
schede di sicurezza di tutti i materiali, sostanze o prodotti utilizzati in quel
processo produttivo (es. le schede si sicurezza delle vernici utilizzate nel processo
di verniciatura). Individuate, tramite le schede di sicurezza, le sostanze inquinanti
da ricercare, occorre procedere al successivo campionamento dell’aria dell’ambiente
di lavoro e alla conseguente analisi di laboratorio, al fine di conoscere in che
quantità (ossia in che concentrazione) la sostanza ricercata è presente
nell’aria. Al fine di stabilire, quindi, se le concentrazioni trovate rispettano
le condizioni di salubrità di un ambiente di lavoro, viene effettuata una
verifica con degli indici di riferimento, ovvero tramite standards di qualità
dell’aria che rappresentano i livelli di esposizione accettabili da parte
dei soggetti lavoratori esposti.
Che cos’è il Microclima?
Il microclima é l’insieme dei fattori (es. temperatura, umidità,
velocità dell’aria) che regolano le condizioni climatiche di un ambiente
chiuso o semi-chiuso come ad esempio un ambiente di lavoro. Considerando che la
maggior parte della popolazione urbana trascorre il 75-80% del tempo all'interno
di edifici chiusi, è facilmente intuibile quale importanza rivesta la qualità
del microclima per il benessere dell'uomo. L'organismo umano deve mantenere sempre
una costanza termica; variazioni della temperatura oltre i normali limiti determinano
sofferenze delle principali funzioni fisiologiche con ripercussioni più
o meno gravi sulle capacità lavorative e, in condizioni estreme, a manifestazioni
patologiche. Il corpo umano deve inoltre difendersi dal calore assunto dall'ambiente,
o dal calore emanato per radiazione da oggetti con temperatura superiore alla
propria (masse più calde, sole, suolo riscaldato, ecc.). E' chiaro quindi
che la temperatura dell'aria e la presenza di masse radianti rivestono grande
importanza nella valutazione del microclima.
Che cos’è L’illuminamento e la
Luxometria?
L’illuminazione rappresenta uno dei principali fattori ambientali atti ad
assicurare il benessere nei luoghi di lavoro. Una corretta illuminazione, oltre
a contribuire all'incremento della produttività, riveste grande importanza
nella prevenzione degli infortuni sul lavoro. Valori di illuminazione errati,
sia in difetto che in eccesso, oltre ad agire negativamente sulla componente psichica
del lavoratore con disaffezione dal lavoro e conseguente scadimento delle capacità
lavorative, possono produrre disfunzioni dell'organo della vista. L’illuminazione
dei luoghi di lavoro deve essere ottenuta per quanto è possibile con luce
naturale poiché essa è più gradita all’occhio umano,
e quindi meno affaticante e possiede una discreta azione germicida grazie alla
sua componente ultravioletta. In ogni caso, tutti i locali e i luoghi di lavoro
devono essere dotati di adeguata luce artificiale per la sicurezza e la salute
dei lavoratori. La luce solare diretta è sconsigliabile negli ambienti
di lavoro in quanto determina abbagliamento o fastidiosi riflessi. L’illuminazione
degli ambienti di lavoro (espressa in lux) deve essere ovviamente valutata sulla
base delle varie attività lavorative.
Che cosa s’intende per sito contaminato?
L’articolo 2 del D.M. 471/99 definisce come sito contaminato un sito che
presenta livelli di contaminazione o alterazioni chimiche-fisiche o biologiche
del sottosuolo o delle acque superficiali o di quelle sotterranee tali da determinare
un pericolo per la salute pubblica o per l’ambiente naturale o costruito.
E’ contaminato un sito nel quale anche uno solo dei valori di concentrazione
delle sostanze inquinanti nelle matrici ambientali è superiore ai valori
di concentrazione accettabili stabili dal D.M. stesso.
Quali obblighi sussistono relativamente ad un sito
contaminato?
All’articolo 4 del D.M. 471/99 (comma 1) viene stabilito che in caso di
superamento dei valori di concentrazione limite accettabili per le sostanze inquinanti
indicate nell’Allegato 1 del decreto, il sito interessato deve essere sottoposto
ad interventi di messa in sicurezza d’emergenza, di bonifica e ripristino
ambientale per eliminare le fonti di inquinamento, e le sostanze inquinanti o
ridurre le concentrazioni delle sostanze a valori di concentrazione almeno pari
a valori di concentrazione limite accettabili
Quali adempimenti devo svolgere in caso di rinvenimento di inquinamento?
In caso di alterazione della qualità di una delle matrici ambientali (terreno,
acque profonde, acque superficiali) si applica la normativa definita nel Decreto
Ministeriale del 25/10/1999 n. 471 “Regolamento recante criteri, procedure
e modalità per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale
dei siti inquinati, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 22/97
e s.m.i.” Il D.M.471/99 è un regolamento tecnico e contiene specifiche
indicazioni e prescrizioni in merito ai limiti di concentrazione massima delle
sostanze contaminanti nelle diverse matrici ambientali, alle tempistiche ed alle
attività di caratterizzazione e bonifica delle aree contaminate. In caso
di accertamento di una contaminazione si applica l’art. 7 “Notifica
di pericolo di inquinamento e interventi di messa in sicurezza d’emergenza”,
esso stabilisce che chiunque cagiona, il superamento delle concentrazioni massime
ammissibili (già definite nel medesimo D.M.) o un pericolo concreto e attuale
di superamento è tenuto a notificarlo al Comune alla Provincia, alla Regione
ed agli Organi di controllo ambientale entro le 48 ore successive all’evento.
L’articolo 7 definisce, poi, i contenuti della comunicazione che deve indicare
il soggetto responsabile, l’ubicazione e le dimensioni stimate dell’area
contaminata, i fattori che hanno determinato l’inquinamento, le tipologie
e le quantità di contaminanti immessi, le componenti ambientali interessate
e la stima della popolazione a rischio. Nel medesimo articolo viene stabilito
che entro le 96 ore successive all’evento il responsabile dell’inquinamento
deve comunicare, mediante trasmissione di idonea documentazione tecnica, a Comune,
Provincia e Regione, gli interventi di messa in sicurezza d’emergenza adottati.
Tali interventi consistono in operazioni urgenti per rimuovere le fonti di inquinanti,
per contenere la diffusione degli inquinanti e per impedire il contatto con le
fonti inquinanti presenti sul sito prima della bonifica
Che cos’e l’inquinamento acustico?
L’inquinamento acustico è l'introduzione di rumore nell'ambiente
abitativo o nell'ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo
ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli
ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell'ambiente abitativo o dell'ambiente
esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi.
Qualora venga verificato il superamento dei limiti
consentiti, chi ha la responsabilità di far rispettare le leggi in materia
di inquinamento acustico?
Essendo il rumore depenalizzato dal 1995, l’inquinamento acustico deve rispettare
i limiti previsti dalla Legge Quadro 447/1995, dai successivi decreti attuativi
e dalla Legge Regionale 13/2001. I provvedimenti in caso di non rispetto della
normativa sono unicamente amministrativi e l’Amministrazione Comunale, titolare
del procedimento amministrativo, dovrà provvedere agli adempimenti conseguenti
espletando le funzioni amministrative inerenti a verbalizzazione, erogazione delle
sanzioni amministrative ed emissione delle ordinanze sindacali nei confronti dei
trasgressori.
L’inserimento di nuove attività rumorose
deve essere valutata?
Ai sensi della legge regionale e delle leggi statali, ogni nuova attività
deve essere sottoposta a valutazione di impatto acustico, che deve dimostrare
il rispetto dei valori indicati nel piano di zonizzazione acustica per quella
specifica area. Diversamente l’attività non può avere luogo.
Che cos’è l’amianto?
L'amianto, chiamato anche indifferentemente asbesto, è un minerale naturale
a struttura fibrosa appartenente alla classe chimica dei silicati e alle serie
mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. E' presente naturalmente in molte
parti del globo terrestre e si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione
e arricchimento, in genere in miniere a cielo aperto.L'amianto resiste al fuoco
e al calore, all'azione di agenti chimici e biologici, all'abrasione e all'usura.
La sua struttura fibrosa gli conferisce insieme una notevole resistenza meccanica
ed una alta flessibilità. E' facilmente filabile e può essere tessuto.
E' dotato di proprietà fonoassorbenti e termoisolanti. Si lega facilmente
con materiali da costruzione (calce, gesso, cemento) e con alcuni polimeri (gomma,
PVC). Per anni è stato considerato un materiale estremamente versatile
a basso costo, con estese e svariate applicazioni industriali, edilizie e in prodotti
di consumo. In tali prodotti, manufatti e applicazioni, le fibre possono essere
libere o debolmente legate: si parla in questi casi di amianto friabile, oppure
possono essere fortemente legate in una matrice stabile e solida (come il cemento-amianto
o il vinil-amianto): si parla in questo caso di amianto compatto. La consistenza
fibrosa è alla base delle proprietà tecnologiche, ma anche delle
proprietà di rischio essendo essa causa di gravi patologie a carico prevalentemente
dell'apparato respiratorio. La pericolosità consiste, infatti, nella capacità
che i materiali di amianto hanno di rilasciare fibre potenzialmente inalabili
ed anche nella estrema suddivisione cui tali fibre possono giungere. Non sempre
l'amianto, però, è pericoloso: lo è sicuramente quando può
disperdere le sue fibre nell'ambiente circostante per effetto di qualsiasi tipo
di sollecitazione meccanica, eolica, da stress termico, dilavamento di acqua piovana.
Per questa ragione il cosiddetto amianto friabile che cioè si può
ridurre in polvere con la semplice azione manuale è considerato più
pericoloso dell'amianto compatto che per sua natura ha una scarsa o scarsissima
tendenza a liberare fibre.
Dove è stato utilizzato?
Le caratteristiche proprie del materiale e il costo contenuto ne hanno favorito
un ampio utilizzo industriale. Pertanto per anni è stato considerato un
materiale estremamente versatile a basso costo. Esso è stato utilizzato
in modo massiccio nel passato per le sue ottime proprietà tecnologiche
e per la sua economicità. Tra gli innumerevoli prodotti contenenti amianto
si ricordano, solo per citarne alcuni: corde, nastri e guaine per la coibentazione
di tubazioni, di cavi elettrici vicini a sorgenti di calore intenso come forni,
caldaie, ecc.; tessuti per il confezionamento di tute protettive antifuoco, coperte
spegnifiamma, ecc.; carta e cartoni utilizzati come barriere antifiamma, ecc.;
pannelli di fibre grezze compresse impiegati per la coibendazione di tubazioni;
filtri costruiti con carta di amianto, o semplicemente con polvere compressa,
utilizzati nell'industria chimica ed alimentare. Inoltre, dall’impasto con
altri materiali si ottenevano l’amianto a spruzzo, utilizzato: come isolante
termico nei cicli industriali con alte temperature (es. centrali termiche e termoelettriche,
industria chimica, siderurgica, vetraria, ceramica e laterizi, alimentare, distillerie,
zuccherifici, fonderie); come isolante termico nei cicli industriali con basse
temperature (es. impianti frigoriferi, impianti di condizionamento); come isolante
termico e barriera antifiamma nelle condotte per impianti elettrici. E' stato
impiegato, inoltre, nel settore dei trasporti per la coibentazione di carrozze
ferroviarie, di navi, di autobus, ecc.
Come è possibile accertare se un materiale
contiene amianto?
L'accertamento può essere eseguito da un laboratorio opportunamente ed
adeguatamente attrezzato.
Dove è possibile effettuare lo smaltimento
dell'amianto?
Lo smaltimento deve avvenire in una discarica autorizzata specificatamente per
la tipologia del rifiuto prodotto.